Siamo TUTTƏ persone!

Oltre la categoria: perché la disabilità non è un argomento, ma una sfumatura dell’essere persona.

“Denise cosa ne pensi della disabilità o di una persona con disabilità?”

Questa è la domanda che mi è stata posta qualche giorno fa e che mi ha fatto molto riflettere.

Cosa si dovrebbe pensare della disabilità o di una persona che la ha?

È solo una sua caratteristica, esattamente come lo è il suo colore degli occhi, la forma del suo viso, il neo che potrebbe avere sul mento e così via, ma non dice nulla riguardo la personalità dell’individuo.  

Lo dice anche la denominazione stessa: “persona con disabilità”, in cui si mette in primo piano la persona in se e poi la disabilità, anche se sarebbe ancora più corretto parlare di persona e basta. 

Ma ora ve la pongo io una domanda: avreste mai detto “Denise cosa ne pensi di una persona senza disabilità?”.

Se la risposta è no (quale credo che sia), allora perché sulla disabilità che è solo una caratteristica di una persona, esattamente come lo è il non averla, si fanno un sacco di domande? 

Perché stare sempre a sottolineare la disabilità? Quando si parla di una persona senza disabilità non si dice che non ne ha, ne si parla e basta e così deve essere per tutti. 

Secondo me prima di porre un quesito bisognerebbe pensare: “questa è una domanda che farei indistintamente o solo a qualcuno?”. Ma questo vale proprio in generale, per qualsiasi tipo di contesto e argomento, come ad esempio l’omosessualità: quando si parla di una persona eterosessuale non si specifica che lo è e allora perché specificare sempre che una persona fa parte della comunità LGBTQ+? Alla fine sono entrambe persone con solamente gusti e caratteristiche differenti, ma che provano le stesse emozioni e gli stessi sentimenti.  

In tal senso anche quello che provano le persone con e senza disabilità è molto simile nonostante la diversa esperienza soggettiva: possiamo trovare svariate personalità (dalle più dolci ed ematiche alle più insensibili e menefreghiste) da ambo le parti. 

Quando si parla (o si intervista) con una persona persona con disabilità, l’argomento principale non deve essere la sua disabilità, ma lei come persona, soprattutto perché non è un  supereroe, semplicemente come ogni altra persona, vive la sua vita al meglio delle proprie possibilità, sfidando (dove lo si ritiene necessario) i propri limiti per raggiungere i propri sogni. Mai, e dico MAI accontentarsi; siate GRATI sempre per quello che si ha e per dove si è, ricordando da dove si è partiti e tutta la strada percorsa, ma puntate sempre in alto.

Spero che un giorno quando una persona con disabilità parlerà di un suo traguardo raggiunto, si penserà solo ad esultare con lei per il suo successo, senza stupirsi che sia stata proprio lei a raggiungerlo, perché non ha niente di più o di meno di un’altra.  O ancora, spero che negli spettacoli ci saranno tutte le parità del caso: cos’è, ad esempio, questa storia che si da più importanza alle Olimpiadi rispetto alle Paralimpiadi? E non mi riferisco solo al fatto che sono seguite in maniera differente, ma anche a tutte quelle differenze che sono state fatte proprio a livello organizzativo; ad esempio, perché l’apertura è stata diversa e hanno una differente copertura mediatica? 

Su quest’argomento potrei andare avanti per ore in realtà, perché ci sarebbero tanti aspetti da trattare; ad esempio nei programmi televisivi non ci sono conduttori o co-conduttori con disabilità, ma le persone con essa sono chiamate solo come ospiti, talvolta trattati anche con abilismo e così via. 

Questo rispecchia in pieno il modo in cui la maggior parte della società si approccia alla disabilità e lo si può vedere, ad esempio, da come si approccia con un velo di pietà a chi ce l’ha e da tutte quelle denominazioni legate a questo mondo che vengono usate per offendere. Le parole spesso vengono usate con troppa leggerezza, senza pensare minimamente al loro reale significato e alle loro ripercussioni. 

 Una persona con disabilità è una persona punto e basta. 

Non deve essere inclusa da nessuna parte perché da tale è già parte integrante della società dalla nascita. E allora, perché la si considera come emarginata, speciale o diversa? Se ci pensate si  è tutti un po’ speciali e diversi a modo proprio. 

Vista da questo punto di vista chi sono gli strani? Le persone con disabilità che semplicemente vivono o le persone senza disabilità che considerano diverso qualcuno che proprio per la sua diversità è uguale a loro? 

Spesso ci si dimentica che anche una persona con le stampelle, con un tumore, con problemi alla schiena, all’anca, con la demenza senile e così via, temporaneamente può essere considerata o è una persona con disabilità, perché quest’ultima è una caratteristica che nella vita tutti (o quasi) sperimentano; quindi perché alienarla? 

Inoltre proprio grazie a questa caratteristica per un processo chiamato “minaccia dello stereotipo”, ho conosciuto persone con disabilità cavarsela meglio nella vita rispetto a persone senza, perché hanno saputo prendere la disabilità e farne il proprio punto di forza; come, perché le cose vanno dette anche per intero, ho visto anche persone con disabilità vivere in una campana di vetro. 

Ma se ci pensate, questo non è anche quello che succede tra le varie persone, semplicemente perché ognuno nella propria vita vive esperienze diverse?  Ecco perché è importante parlare SOLO di persone. 

Un’ulteriore argomento a favore di questa tesi è che ho notato che spesso una domanda che ci si pone è “Perché proprio a me questo?”. Questa domanda che presuppone una lotta interiore con se stessi, accomuna tutti, indipendentemente se si è persone con o senza disabilità, perché una persona che la ha, può pensare ad esempio “Perché su 7 miliardi di persone proprio a me la disabilità?”, mentre una senza si può chiedere ”Perché su 7 Miliardi di persone proprio io devo essere così ed avere questo carattere?” (fatto realmente accaduto). 

Come si può vedere ancora una volta, l’aspetto veramente limitante è la barriera mentale che divide i due “mondi”, senza capire che siamo siamo tutti parte dello stesso mondo con pari diritti e doveri e per questo bisogna impegnarsi a rendere il mondo un posto migliore. 

Esiste un detto che si dice spesso: “Il mondo è bello perché è vario”. Ma quando per la stragrande maggioranza delle volte lo si utilizza, ne si sta veramente comprendendo il significato o lo si sta dicendo per sentirsi “bravi” e consolarsi?  

E tu, avevi mai riflettuto su tutto questo?

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